venerdì 1 giugno 2018

L'isola dei cani di Wes Anderson

L'isola dei cani

Titolo originale: Isle of Dogs
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Wes Anderson
Cast (voci dei doppiatori): Bryan Cranston, Edward Norton, Bill Murray, Bob Balaban, Jeff Goldblum, Frances McDormand, Greta Gerwig, Scarlet Johansson, Harvey Keitel, Liev Schreiber, Yoko Ono, Tilda Swinton, Ken Watanabe e, insomma, le voci di qualsiasi dei migliori attori oggi in circolazione!
Genere: animazione in stop motion, avventura, commedia, fantastico

Non volendo farmi "bagnare il naso" dal mio collega Luro che vedo molto in fermento e voglioso di rimetter mano con maggior frequenza a questo piccolo blog di quartiere, ho voluto un po' "impormi" di tornare a scrivere e pubblicare in maniera più articolata e "ricca" in termini di contenuti rispetto all'andazzo degli ultimi mesi a questa parte in cui pubblicavo, spesso a caldo, pareri diciamo caserecci, alla buona, direttamente sulla pagina "faccialibro" di questa piccola realtà di amanti (non contraccambiati sia chiaro) della settima arte!
Quindi, per chi avrà voglia, beccatevi la mia ultima recensione/analisi/parere spassionato o semplice elucubrazione di un folle!

Il film in questione è l'ultima splendida, magniloquente, fantasmagorica (e aggiungeteci pure tutti gli aggettivi e i superlativi che vi vengono in mente) opera del regista texano, newyorkese di adozione ma semplicemente cittadino del mondo intero, Wes Anderson!
Partiamo dal titolo "Isle of dogs" che, pronunciato velocemente, con un bel gioco fonetico, diventa "I love dogs" e fin da subito possiamo notare l'attenzione per i dettagli, la spiccata genialità e il divertissement verbale con cui al regista di Houston piace giocare con lo spettatore.
Ciò che seguirà saranno 101 minuti di regia mastodontica e certosina, di limpida perfezione e anche, perché no, di manierismo e barocchismo nelle immagini che, però, non sarà mai vuoto o privo di significato ma sempre associato a rimandi altri e a rimandi "alti"!
E, diciamolo fin da subito, tutta questa abbondanza di maestria tecnica e visiva sarà accompagnata da una delle migliori soundtrack di Alexandre Desplat (di recente vincitore agli Oscar per la colonna sonora altrettanto bella di "The Shape of Water - La forma dell'acqua" del mio amato Del Toro), una colonna sonora tambureggiante, dal ritmo incalzante che darà alla pellicola il tono di una marcetta, un tour de force verso la rivoluzione, verso la rivendicazione di diritti (dei cani ma anche delle persone) che il potere politico e l'apparato burocratico più turpe e meschino vogliono sopprimere e spezzare (prima grande tematica del film).

"Più umani degli umani", il quintetto di giovani rivoluzionari a quattro zampe!

Ma, in breve, di cosa parla questo film? Ecco una breve sinossi:"L'isola dei cani è ambientato nel Giappone del 2037, dopo una storia travagliata di antagonismo tra gatti e cani, il governo emana un decreto: a causa dell'influenza canina, tutti i cani verranno esiliati nella discarica, la Trash Island. Tra questi c'è Spot, il cane di Atari, un bambino di dodici anni che decide di andare sull'isola e riprendersi il cane, lì farà amicizia con altri cani dimenticati e tenteranno di sovvertire questo decreto".
Il teatro kabuki in azione!

Dopo un'intro memorabile che, sempre ritmicamente, ci presenta il contesto e la storia dell'atavica lotta tra cani e gatti (questi ultimi sostenuti e ben voluti dai burocrati e dai personaggi di potere che reggono la società giapponese di questo futuro prossimo distopico) tramite fermi-immagine che riprendono le caratteristiche stampe nipponiche dell'ukiyo-e e le rappresentazioni del teatro kabuki, faremo la conoscenza del giovane Atari e di un quintetto di cani "ribelli" che abitano quest'isola: Chief (Bryan Cranston), Rex (Edward Norton), King (Bob Balaban), Boss (Bill Murray) e Duke (Jeff Goldblum). Fin dalle prime battute ci si può render conto di come i cani siano quanto di più metaforico, Wes Anderson fa proprio lo stratagemma di utilizzare i cani per parlare di esseri umani e ci presenta il viaggio di formazione dell'anarchico cane del gruppo (Chief) che dovrà purificarsi di tutte le scorie senza perdere la sua individuale forza carismatica e che assurgerà a linea di condotta per tutti gli altri cani del gruppo. Il personaggio (o cane che dir si voglia) interpretato da Cranston rappresenta (come anche il bambino Atari successivamente) il classico e adorabile outsider tipico del cinema di Anderson: infatti, a differenza degli altri cani del gruppo che hanno tutti un passato di coccole, vizi e anche fama a mò di star del cinema hollywoodiano e rimpiangono i bei tempi in cui erano i felicemente fedeli "migliori amici" dei loro padroni umani, Chief, anche precedentemente, è stato sempre un cane randagio, "uno che morde", non ha mai saputo integrarsi all'interno di una famiglia (tema sempiterno del cinema a stelle e strisce) e non ha mai voluto aver un padrone al quale legarsi.
"Io mordo!" [cit.]

Come potete appurare anche da queste semplici premesse, non ci troviamo di fronte a un film che utilizzerà in maniera stucchevole o lacrimevole (alla "Hachiko" per intenderci) la figura dei nostri amici a quattro zampe ma, anzi quest'ultimi saranno utilizzati per costruire psicologie e caratteri complessi e stratificati e ci sarà, durante tutta la pellicola, un bel parallelismo tra questi giovani ragazzi cani ribelli, dotati di talenti che molto spesso non sono sinonimo di integrazione ma di esclusione e i giovani ragazzini umani, stanchi di uno status quo opprimente, che vogliono sovvertire le regole!
Dall'altra parte della barricata troviamo i felini: i gatti sono sempre rappresentati intorno agli uomini di potere (perlopiù personaggi gretti ed egoisti) e questa è un'altra delle trovate geniali di Wes, una trovata grottesca ed ironica, che diverte perché ci mostra come le discriminazioni, molto spesso, nascano da semplici e istintive o inspiegabili fissazioni/avversioni verso qualcosa o qualcuno in maniera totalmente irrazionale!
I felini ci introducono così all'interno del mondo dei burocrati, dei politici e degli uomini di potere e ci viene presentato un certo "rigore del potere", del verticalismo gerarchico, tipico della società giapponese o, meglio ancora, tipico dell'immagine che noi occidentali abbiamo in mente del Giappone! Infatti, un altro gran bell'espediente, presente non solo qui ma in tutta la filmografia andersoniana, è mostrarci luoghi, società e civiltà non per quello che realmente sono ma per come le percepiamo, per come ci è stato trasmesso un posto tramite l'immaginario della cultura pop e questo è valido per l'India del Darjeeling ("Il treno per il Darjeeling") o l'est Europa di "Grand Budapest Hotel".
Il creatore di mondi Wes Anderson e la magia dello stop motion!


Detto ciò, il film procede spedito, pieno zeppo di tutti gli orpelli grafici e gli accorgimenti registici tipici del cinema di questo autore: e allora ritroviamo le sue famose inquadrature simmetriche, un'estetica riconoscibilissima e bizzarra, carrellate orizzontali e verticali come non ci fosse un domani e, all'interno di questa perfezione geometrica, calibrata nei minimi dettagli, si inserisce un'altra (tendo a ripetermi) idea geniale: quella costituita dal caos delle zuffe che si verificano tra i vari personaggi in diversi momenti del film, zuffe rappresentate con il "polverone" tipico degli anime (cartoni animati ma spero che tutti lo sappiano) comici giapponesi, un polverone che genera caos per l'appunto ma un caos costruttivo e che ha il sapore della rivoluzione!
Ultimi, non meno importanti, aspetti rilevanti riguardano la struttura del film che presenta, e penso sia una novità per il cinema di Anderson, un'organizzazione del tempo non lineare, ricca di flashbacks e di flash-forwards, e la copiosa abbondanza di citazioni che avviene tramite suoni, immagini o aspetti registici.
Come già accennato, la colonna sonora riprende il motivetto, la marcetta ritmica de "I sette samurai" del dio del cinema orientale Akira Kurosawa (e, se non l'avete mai visto, non posso far altro che invidiarvi perché piacerebbe anche a me poterlo rivedere con occhi vergini, come fosse la prima volta e, da quel momento in poi, se vorrete scoprire il cinema di Kurosawa, non guarderete più la seppur magnifica filmografia di Leone nello stesso modo, vi sembrerà che nulla di ciò che il buon Sergio ha filmato sia veramente nuovo o innovativo ma tutto estremamente derivativo da ciò che ha fatto il grande maestro giapponese!) che, per intenderci, ha le stessa importanza di Orson Welles ("Quarto Potere", "L'infernale Quinlan") qua in occidente e sempre da Kurosawa viene ripresa la rappresentazione dell'epicità del viaggio e dell'impresa da compiere; la ricetta comprende anche qualche spruzzatina di Miyazaki qua e là ma, soprattutto, omaggi e citazioni ad altri due grandi filmakers nipponici: Ozu ("Viaggio a Tokyo", "Tarda primavera") per quanto riguarda la rappresentazione della parte urbana e Mizoguchi ("I racconti della luna pallida d'agosto", ho visto solo questo suo film ma vi posso assicurare che, se avrete voglia di vederlo, è una delle più belle esperienze cinematografiche che si possano fare) nella descrizione dei bassifondi o di un ambiente "disperato".
Altro che Alleanza! Eccoli i veri ribelli, i veri anarchici!!
Infine (tendo a tenerle per ultime) ecco alcune considerazioni sulle tante tematiche del film: il tema preminente della pellicola è quello della rivolta generazionale, di una progenie che vuole cambiar la classe politica dominante, una classe politica corrotta e autoreferenziale che ormai non ha più il minimo interesse verso il benessere dei cittadini né, tanto meno, verso il bene pubblico ("ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti in Italia è puramente casuale" ;) ); inoltre la bassezza di questa classe politica viene mostrata tramite l'abbandono e la deportazione di quelli che dovrebbero essere i migliori amici dell'uomo, proprio quei cani che hanno nel loro imprinting genetico la fedeltà e l'amore incondizionato verso il proprio padrone per quanto nobile o squallido possa essere. I cani deportati, oltre a ricordarci un triste passato, mettono in campo la tematica (penosamente un evergreen) dell'emarginazione e della paura del diverso.
Sempre riguardo l'aspetto politico del film, un'altra riflessione ho trovato molto interessante, quello di contrapporre la maniera fintamente perbenista con cui avviene il dialogo/scontro (l'autoritario sindaco Kobayashi, tutore del nipote Atari, lascia la parola nei dibattiti pubblici alle minoranze dicendo sempre "respect!" ma, dietro questa facciata, si nasconde una specie di yakuza che non si pone problemi a uccidere, corrompere, mentire o insabbiare) all'interno delle istituzioni manipolatrici, naturalmente propense alla menzogna e il populismo, al modo in cui avviene il dialogo politico nella comunità canina dove viene sempre messa ai voti una decisione, vengono ascoltate tutte le opinioni prima di votare e vi è il compromesso alla fine.
Compromessi e decisioni spesso mal accettate, ma accettate, dal protagonista-cane Chief che è sempre pronto a dire "no"e a dissentire mostrando anche il valore di un'opinione discorde o della protesta.

Si scioglierà anche il cuore fintamente di ghiaccio del nostro randagio!
Suo speculare (fin'ora mi son dimenticato di prenderlo in considerazione, nonostante sia il motore primario che innesca gli eventi, proprio perché entra in scena nella parte finale della pellicola) è Spot, il cane-guardia del corpo di Atari, un cane che, una volta deportato sull'isola, ha deciso di rompere la sua gabbia di benessere per diventare una sorta di leader politico, facendosi portavoce della sommossa tesa a rivendicare libertà e autonomia per i proprio simili.
Un'ulteriore tematica è quella dell'incomunicabilità, ben raffigurata tramite l'idea di non tradurre il giapponese parlato ma solo quello scritto, infatti non capiremo una sola delle parole pronunciate dal piccolo Atari mentre comprenderemo appieno i discorsi dei nostri adorabili quadrupedi pelosi!
Per concludere, vorrei porre l'accento sull'aspetto emotivo della pellicola che stavo per trascurare ma che non è meno importante di tutti gli altri citati fin'ora: oltre al primo livello, quello del rapporto di amore e amicizia tra un bambino e il suo cagnolino, si inserisce il ben più stimolante discorso sulla crescita, sull'andare avanti, sull'abbandonare vecchi istinti e cocciutaggini e, a volte, vecchi legami, e trovarne di nuovi, magari più profondi, più sentiti e che possano dare nuova linfa e speranza. Speranza e, nonostante tutto, positivismo per un futuro migliore!
Au revoir!
"Eccola laggiù, la prossima recensione a tema canino!"

Voto

P.s.: forse di più è troppo nonostante mi sia piaciuto moltissimo, di meno è troppo poco! Vi lascio con la promessa di tornare a breve su questi lidi con un altro film che ho amato e che, insieme a "Wind River", "Tre manifesti", "Il filo nascosto" e pochi altri, si appresta a diventare uno dei migliori dell'anno: sto parlando, rimaniamo sempre in tema canino, di Dogman di Matteo Garrone!

P.p.s.: mi viene in mente solo ora ma se volete saperne un po' di più sul processo creativo che sta alla base della stop motion vi linko questo interessante video:


giovedì 31 maggio 2018

Game night - Indovina chi muore stasera?



Titolo originale: Game Night
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: John Daley
Cast: Jason Bateman, Rachel McAdams, Kyle Chandler, Michael C. Hall
Genere: Commedia, thriller


Mentre con fatica sto scrivendo la recensione di Avenger - Infinity War, Deadpool e altre pellicole (tanto per cambiare ci sto mettendo una vita mannaggia a me!), stacco un attimo e vado al cinema a vedere questa commedia interessante, appunto, Game Night.

Max e Annie sono una vivace e allegra coppia di innamorati che ha la passione dei giochi da tavolo: Risiko, Scarabeo, Monopoli non hanno segreti per questi due ragazzi i quali si divertono ad organizzare serate gioco settimanali con il loro gruppo di amici.

Quando il fratello di Max, Brooks, torna in città dopo un lungo viaggio si riaccendono quei vecchi rancori e quella costante competizioni fra fratelli che sfoceranno in una  concatenazione di eventi assurdi e improbabili nati da quella che doveva essere una serata di giochi in grande stile.

Il film non è di grosse pretese: una commedia divertente basata sull'assurdo e sul colpo di scena non è certamente una novità, però il regista ha il merito di mescolare con saggezza momenti di tensione con altri demenziali ed esilaranti, grazie anche alla varietà di personaggi ben caratterizzati.

I colpi di scena sono tanti (alcuni però abbastanza prevedibili se si conosce il genere) e forse fin troppi per questo film: diciamolo, l'idea di mischiare un thriller con una commedia usando l'escamotage dei giochi da tavolo è stata vincente, ma secondo il mio personale parere la sceneggiatura ha un po' toppato nel voler forse esagerare con le sottotrame e quindi la tensione si perde un po' troppo. Al che fa pensare che forse questo film non sia nè carne nè pesce.

Però insomma, alcune scene mi hanno fatto piegare dalle risate e i personaggi (nonostante molti siano stereotipati) sono così ben amalgamati che fanno filare via liscia tutta la visione.
Il personaggio con il cagnolino è un must in questo genere, me ne rendo conto.


Quindi?

Direi che è il classico film da guardare con gli amici e/o per passare una serata senza troppe pretese.

Voto: 6½ 

giovedì 12 aprile 2018

Consigli per il Cinema - I segreti di Wind River



Titolo originale: Wind River
Paese: USA, Regno Unito, Canada
Anno: 2017
Regia: Taylor Sheridan
Cast: Jeremy Renner, Elizabeth Olsen, Graham Greene
Genere: Thriller, Drammatico.

A volte serve una scossa, si dice.

A volte serve che l'Universo ti mandi un messaggio, ti avvisi che è il momento di fare qualcosa per cambiare la tua vita.

Secondo la teoria buddista, siamo sempre un tutt'uno con l'Universo ed esso ogni giorno ci manda dei messaggi e sta a noi riconoscerli: in base alla nostra esperienza possiamo trarne beneficio e migliorare la nostra esistenza oppure ignorare il tutto e fare come ci pare.

Al di là di ogni facile battuta, in cui potrei dire che ormai io so che bastano due gocce d'acqua ed ecco che raggiungere Milano diventa un'impresa più ardua di Messner nello scalare il K2 e quindi meglio starsene a casa anzichè svegliarsi e attendere un treno chiamato Godot (grazie trenord!) dicevo, penso che mi sia servita una sberla emotiva bella forte per mettermi qui a scrivere. Ed ecco che ieri sera è giunta, potentemente. No, vi ricordo che non sono Juventino.

Quanti film avrò visto da quasi un anno a questa parte? 20? 30? boh.

Eppure, nonostante alcuni fossero veramente molto belli e con un messaggio forte, non mi han fatto tirar fuori quella grinta necessaria per buttar giù una recensione che viene dal cuore.

Ormai immagino che i pochi lettori di questo blog abbiano visto come sia il mio modus operandi nello scrivere: istinto, emozioni, passioni sono caratteristiche fondamentali per me quando mi siedo a scrivere. Un film mi deve trasmettere questo.

Sennò cosa scrivo a fare? Dire che un film è bello/brutto penso sia capace anche mia nipote di quasi due anni. Ma cercare di trasmettere qualcosa, amici miei, quello è il mio obiettivo.

E finalmente, ho ritrovato un po' la strada grazie a "I Segreti di Wind River" diretto da Taylor Sheridan.

Quest'uomo debutta alla regia dopo essere stato molto più distante dalla cinepresa scrivendo sceneggiature di tanti film di successo, come ad esempio Sicario (del velocissimo Villeneuve, tanto amato dal mio collaboratore)  e Hell or high water (no, non parlo di questa).

La particolarità di tutti questi film è che le storie ruotano intorno alle vite di frontiera americane: in dettaglio i sopracitati sono entrambi ambientati nel confine fra USA - Messico, mentre quello che andremo a trattare è ambientato nel Wyoming, in una riserva indiana.

Il protagonista è Jeremy "Occhio di Falco" Renner che interpreta un silenzioso guardiacaccia (Cory Lambert) della riserva indiana Wind River che un giorno scopre il corpo senza vita di una ragazzina pellerossa, figlia scomparsa di un suo caro amico.

Giungerà quindi un'agente federale per indagare su quello che sembra in tutto e per tutto un omicidio ma che allo stesso tempo non può essere catalogato come tale per via del fatto che la povera ragazza sia deceduta per cause naturali, ovvero per emorragia polmonare causata dal freddo; per fare ciò quindi chiederà aiuto a Cory e alla polizia locale, sotto gli ordini del mite commissario Ben.



Secondo il mio punto di vista questo è un film dai grandi toni di denuncia per come le generazioni dei nativi americani vengano trattate nelle riserve: zero servizi e totale assenza di aiuti da parte di uno stato che si è totalmente dimenticato di loro nonostante l'enorme debito verso la loro cultura e storia.

Nonostante il messaggio inequivocabile, il regista è abile a non prendere troppo la strada della denuncia per rimanere sui binari del genere thriller per cui questo film è nato, molte scene cariche di suspence e di pathos vengono intervallate con altre più adrenaliniche e violente; inoltre purtroppo non mancano momenti di grande tristezza e commozione (sopratutto quello finale, veramente da brividi), a dimostrazione della grande prova recitativa di tutti gli attori, dalla dolce Kelsey Chow a Gil Birmingham.

Dialoghi e scene molto struggenti


Altro elemento di grande risalto è la natura incontaminata del Wyoming, meravigliosa quanto aspra e forte. Davanti a questo immenso spettacolo si riesce a evincere tutta la fragilità dell'uomo davanti alla grandezza di valli, montagne ed è quindi un ulteriore strumento di supporto che il regista usa per la denuncia che ho descritto prima.

Le montagne del Wyoming vengono riprese senza uso di cgi, mantenendo un grande realismo


Freddo, violento, aspro e pungente: I segreti di Wind River è un film che colpisce lo spettatore sotto molto aspetti, facendo breccia nel cuore di chi è disposto ad ascoltare la voce di un popolo, quello pellerossa, che, ogni giorno, deve combattere contro la potenza della natura, contro la violenza del razzismo, contro la memoria di chi lo ha dimenticato.

Voto: 8.5

lunedì 29 maggio 2017

La battaglia di Hacksaw Ridge




Titolo originale: Hacksaw Ridge
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Mel Gibson
Cast: Andrew Garfield, Vince Vaughn, Hugo Weaving
Genere: storico, drammatico, biografico, guerra


Questa recensione doveva essere pubblicata a Febbraio; non si può proprio dire che io non sia una persona imprevedibile. Però per i fatti privati che avevo detto nella recensione sottostante mi sono arenato. Quindi dai, facciamo un po' di controlli ortografici, mettiamo qualche frase ad effetto e pubblichiamo!

Come da titolo, sto parlando dell'ultima fatica di Mel Gibson, "La battaglia di Hacksaw Ridge", pellicola che racconta la giovinezza e la grande impresa di Desmond Doss, un soldato obiettore di coscienza che, durante una manovra militare americana sull'isola di Okinawa salvò la vita di 75 persone senza aver mai tenuto in mano un'arma da fuoco.

Questo film per molti è stato definito come il biglietto di Gibson per tornare nell'Olimpo del cinema dato il grande spessore di questa storia a stelle e strisce. Ma la mia domanda, una volta uscito dalla sala, è stata: "Questo è un Film con la F maiuscola oppure il fatto storico è talmente di valore che può oscurare il modo con cui è stato narrato?".


#Dilemmoni


Diciamo che dopo quattro mesi e mezzo di riflessioni, penso di aver trovato la risposta, ma, come al solito, parto sempre dalla trama che posso dividere tranquillamente in tre parti:

1) Desmond Doss (Andrew Garfield) è un ragazzino cresciuto con una madre devota alla Chiesa Cristiana Avventista del Settimo Giorno (tipo CL ma senza le tangenti, suppongo) e un padre alcolizzato vittima di stress post traumatico della Grande Guerra. A 23 anni, Desmond è fermamente convinto che il comandamento più importante sia il "non uccidere" e, accompagnando un suo amico in ospedale dopo un incidente, rimane affascinato dal mondo della medicina e capisce che il suo scopo nella vita sarà quello di salvare le vite umane. In questo ospedale si innamora di un'infermiera (interpretata da Teresa Palmer). Di sottofondo si sentono spesso le notizie su Hitler, che fanno leva sulla coscienza di Desmond il quale, desideroso che quello spargimento di sangue finisca, decide di arruolarsi nell'esercito ma in qualità di obiettore di coscienza e per fare il medico da campo. Signore e Signori, avete visto "Forrest Gump" senza la parte in cui Jenny non la sgancia.


Questo tizio in pochi giorni: impara le basi della medicina, conosce una tipa rossa e se la limona duro. Insegnami Maestro!

2) In questa parte, si vede il massiccio addestramento dei marine in cui il nostro protagonista eccelle su tutti, tranne quando si passa all'uso delle armi: come scritto sopra, egli è un obiettore, la sua religione infatti sarebbe contro la violenza e dunque anche solo tenere in mano un fucile sarebbe peccato. Lo stesso problema avviene quando ci sono le esercitazioni al sabato, giorno per lui sacro e dedicato al riposo. Ovviamente questa cosa fa leggermente incazzare i suoi superiori, tra cui il sergente istruttore interpretato da Vincent Vaughn (c'è da dire che sono quasi vent'anni che lo vedo recitare solo in commedie, spesso demenziali e in questo film era meno credibile di un koala a guida di un aereo di linea) che cerca di convincerlo prima con le cattive e poi con le cattivissime, aizzando il battaglione contro il povero Desmond il quale, a un certo punto, viene addirittura arrestato per insubordinazione e portato a processo. Ma per fortuna a scagionarlo è il padre che entra in aula dicendo che il pacifismo del figlio è protetto per legge dal Congresso degli Stati Uniti. 

Certo, fa strano che sia dovuto intervenire il padre a un processo con avvocati che, tecnicamente, dovrebbero conoscere la legge insieme al giudice, ma si sa che Mel Gibson quando si parla di legge faccia sempre casini.

Signore e Signore, avete visto "Full Metal Jacket" senza la scena triste di Palla di Lardo.
Io sono il Sergente Hartman, vostro capo istruttore! La mia carriera cinematografica fa pena e qui cerco di darmi un tono!
Tutto chiaro ragazzi? Io sono un personaggio principale ma non mi atteggio come tale!

3) Ed ecco alla parte finale. Qui si mostra la brutalità della guerra, con grandi scene di violenza e morte, molto crude e ben girate, e vediamo l'essenza di questa storia: un ragazzo che fra trincee, proiettili vaganti, nemici pronti a tutto pur di non far avanzare il nemico e tanta paura non abbandonò nessun commilitone ferito, rimanendo per tutta una notte nella terra di nessuno per salvare chiunque fosse ancora vivo.
Gli verrà conseguentemente riconosciuto il suo grande coraggio, e dopo una nuova offensiva da parte dei Marines, l'isola di Okinawa sarà in mano agli americani e lui, ferito, tornerà a casa. Signore e Signori avete visto Flags of our fathers, un paio di clip di Forrest Gump e un pizzico di Salvate il Soldato Ryan.


Ora, io sono e probabilmente sarò sempre antiamericano convinto, ma ci sono dei momenti in cui riconosco imprese degne di lode e sì, riconosco che Desmond Doss sia stata una persona coraggiosa e da ammirare. D'altro canto però stiamo parlando di un film e, hainoi, su questo blog discuto della pellicola.

La domanda che ci siamo posti all'inizio merita dunque una risposta:"Questo è un Film con la F maiuscola oppure il fatto storico è talmente di valore che può oscurare il modo con cui è stato narrato?".

Secondo me, no. 

Il film è stato veramente superficiale sotto molti aspetti per risaltare elementi per me del tutto secondari, per strizzare l'occhio alla fetta di pubblico medio repubblicano che preferisce la parte della guerra e del sangue (in cui vengono fuori tutti gli stereotipi degli USA) piuttosto che sulla parte più umana.

Non a caso infatti io ho preferito, pur con limiti e scene già viste, le prime due parti, che posso definire come la fase di maturazione del personaggio anzichè paradossalmente il fatto più rilevante di tutta la storia.

Perchè Mel Gibson sarà stato un bravo attore e un discreto regista, ma secondo me quando si è trattato di mostrare la parte della battaglia abbia deciso di calcare la mano e quindi giù di clichè e situazioni pompose da ammmmerregani come ad esempio: l'amico che in addestramento era stronzo ma si scopre poi essere non così stronzo e che muore, l'amico sfigato e spaventato che sopravvive e fa sorridere il pubblico, il protagonista che fra millemila proiettili non viene mai colpito, il sergente stronzo che è stronzo solo perchè DEVE farlo per trasformare ragazzini in veri uomini.
Caliamo poi un velo pietoso su come Desmond lo abbia salvato; qui sotto avete una GIF fatta con le mie mani perchè a volte, certe descrizioni non possono rendere efficacemente l'idea:

Fuck yeah, America!

Insomma, una discrepanza completa di toni che non ho particolarmente digerito.

Pure il cast secondo me non è stato del tutto all'altezza, e stranamente non parlo di Andrew Garfield, che tutto sommato ha la faccia pulita da bravo uaglione che è riuscito a rispecchiare l'animo del protagonista, anche se devo dire che la nomination per l'Oscar mi è sembrata eccessiva; piuttosto mi riferisco all'accozzaglia di soldati presenti, tutti estremamente banali come quello tutto muscoli e niente cervello, quello un po' brutto ma simpatico, quell'esaltato dalla guerra... Insomma, elementi su elementi che obiettivamente mi hanno fatto storcere il naso.

Badate bene, non dico che queste cose non siano successe, perchè non dubito che molti volontari siano crepati perchè pensarono che la guerra fosse un gioco, ma è altresì vero che ci sono sicuramente modi migliori per rappresentare questo concetto ma questo film volente o nolente ha puntato molto più in basso.

E quindi si porta a casa due statuette (montaggi e sonori piuttosto meritati immagino) su sei nomiation all'Oscar: la domanda che mi pongo è: se fosse stato un normale film, non ispirato a una storia vera americana, cosa avrebbe detto la critica?

Insomma, non mi va giù questa cosa: il messaggio che questo non-soldato quale doveva essere? Che uccidere è sbagliato, che la violenza non è la risposta, che la guerra è devastante e non è la soluzione. 

Invece nulla, nella parte che dovrebbe essere più drammatica ho visto scene da film medio, dialoghi da film medio, un finale da film medio, come per dire che gli americani sono duri ma puri, portatori di democrazia ovunque e guai a metterti contro di loro che ti invadono nel sacro nome della Libertà.


E quindi non so; dite che sono eccessivamente cinico o siete d'accordo con il vostro amichevole Blogger di quartiere?

Certo, io mi trovo in una stanza buia, con un pc che sta facendo rumori parecchio inquietanti e non ho un terzo delle doti artische di attori holliwoodiani; cosa posso dire se non una personale e quindi opinabile recensione? Nulla, appunto, quindi ora ve la siete letta e se avete voglia, avete i commenti qui sotto o la nostra pagina Facebook per dare il vostro punto di vista.

Voto: 5

lunedì 22 maggio 2017

Alien - Covenant




Titolo originale: Alien - Covenant
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Ridley Scott
Cast: Michael Fassbender, Katherine Waterson, Billy Crudup, Danny McBride
Genere: Fantascienza, horror


Eccomi qui; per fortuna dopo un lasso di tempo inferiore fra l'uscita di quell'enorme cagata di Prometheus e questo Alien, torno a casa, sul mio caro blog.


Non starò qui a dirvi sul perchè io abbia snobbato per così tanto tempo questo piccolo pianeta nella galassia di Internet dato che si tratta di argomentare motivi troppo personali e dunque dubito che a voi possa fregare qualcosa.


Ad ogni modo, sul blog abbiamo parlato tanto di questa saga cinematografica di terrificanti mostriciattoli (Qui potete anche gustarvi una loro descrizione) e mi è sembrato giusto cogliere la palla al balzo e riprendere a scrivere proprio con questo film.


Alien - Covenant... Cosa posso dire?

Facciamo che quasi quasi oggi mi limito a una normalissima recensione, e, chissà, la prossima volta potrei fare un bel riassunto di questo universo cinematografico buio e cupo come uno Xenomorfo!

Ci siamo lasciati con Prometheus; la compagnia di goffi ricercatori è stata allegramente brutammazzata e gli unici superstiti, la dottoressa Shaw e l'androide cazzoide David, trovata un'astronave degli ingegneri ancora in funzione, decidono di impostare la rotta verso il pianeta di quest'ultimi con lo scopo di farci due chiacchiere e una partita a tressette col morto.


Covenant è invece un' astronave spaziale in missione di colonizzazione: essa trasporta (oltre l'equipaggio) ben 2000 embrioni umani in fresco pronti per popolare il pianeta Origae-6. Tempo stimato per raggiungere il pianeta: 7 anni. L'unico personaggio che si occupa della nave è Walter 8, ovviamente si tratta dell' ennesimo androide tuttofare mentre l'equipaggio umano se la dorme in sonno criogenico.


Per colpa di una tempesta di neutrini però i protagonisti vengono svegliati improvvisamente e la nave subisce alcuni danni: mentre stanno rattoppando il tutto, ecco che captano un segnale radio proveniente da un pianeta vicino.


Appurato che non si tratta di Radio Maria, i wannabe coloni decidono di cambiare la loro rotta perchè pare che quel pianeta sia abitale (ebbene sì, bastano due tocchi su un notepad e si capisce che un pianeta è abitabile. Ho buttato via i miei migliori anni per una facoltà che sarà sostituita da un'app di Android..) e lì scopriranno...come dire...robe.



Reazione di un fan della serie durante i primi 30 minuti


Signori, secondo me, Ridley Scott non è arrivato neanche alla frutta: ha spazzolato tutto quello che poteva spazzolare, è arrivato alla frutta e non vuole pagare conto e levarsi dai leghisti.

Sappiamo tutti che Prometheus è stato un flop colossale, è stato odiato anche dagli amanti più sfegatati di Alien e in cuor nostro sapevamo che fare un sequel peggiore del primo sarebbe stata un'impresa ancora più ardua del cercarmi una ragazza che quantomeno accetti la mia esistenza.


C'è da dire che quello scempio fatto a pellicola era nato dalla lodevoli intenzione di cambiare rotta rispetto all'intero franchise dei cattivi xenomorfi: prima infatti queste bestie erano i cattivi, gli umani morivano e i pochi sopravvissuti finivano felici e contenti, mentre l'ultima fatica di Scott doveva avere un'impronta più filosofica, rispondere a quesiti anche di un certo spessore (chi ci ha creati? da dove veniamo?perchè mi ostino a spendere soldi per questi film quando potrei evolverli in beneficenza?) e legare la storia umana con questo universo.


Ma sappiamo bene che il risultato fu deludente, quindi partire da delle basi già poco solide era scontato: e allora cosa ha pensato bene di fare il nostro regista?

Di ritornare lesto sui suoi passi, di fare un altro cambio di direzione e unire lo stile di Prometheus con quello di Alien del 1979 giusto per cercare di strizzare l'occhio ai vecchi fan e salvare il salvabile. E funziona?

Beh, fate voi... immaginatevi un tizio del 1979 e una ragazzina del 2000 che escono insieme e chiedetevi che fine può fare il genere umano.


(Che poi ci sono davvero delle coppie con gap d'età di parecchi lustri, ma stiamo andando a toccare argomenti che non sono di mia competenza..)

Ad ogni modo, questo Alien Covenant cosa può dare di più rispetto a quello classico?

Nulla, o quasi nulla: perchè certi quesiti hanno ottenuto delle risposte, è vero, ma onestamente mi sembravano delle forzature così goffe che paradossalmente non mi hanno neanche fatto incazzare più di tanto. D'altro canto stiamo paragonando Alien con un sequel di Prometheus, che è circa come paragonare una melodia di Beethoven con i Jonas Brothers.



Se pensi immediatamente a Ripley, un motivo c'è.

Esteticamente è fighissimo, come ogni altro film di Scott e ho apprezzato alcune scene che hanno richiamato i classici della fantascienza; però con un budget così nel 2017 sai la novità...E non possono bastare l'estetica e gli effetti speciali quando si tratta di Alien.




I personaggi non hanno un briciolo di spessore, sono solo elementi come altri messi lì direttamente per crepare: zero basi, zero empatia e che spesso prendono decisioni al limite del ridicolo nonostante siano tutti mega dottori, ricercatori e persone studiate. Evidentemente per fare i colloqui di assunzione personale per viaggi nello spazio si usa un criterio non del tutto efficiente:



Quindi per bere un bicchiere d'acqua farebbe esplodere la diga vicino casa ? Lei è l'uomo che fa per noi!


Una delle scene che onestamente volevo gustarmi (la scena di sesso trheesome con xenomorfo bellamente spoilerata nel trailer), è stata costruita così male ed è piena di intoppi logici che veramente mi sono chiesto come sia possibile rovinare uno dei cliché più gettonati nelle pellicole del cinema horror: è risaputo che chi tromba in questo genere di film muoia malissimo (Follows, Lo Squalo, American Spycho giusto per dirne alcuni) e quindi mi domando: "Come è possibile che accada una cosa del genere dopo così tanti spunti da poter utilizzare?".


Xenomorfo curioso!


Dubito fortemente che andrò a vedere altri film (esatto, ci saranno altri film, a meno di insuccessi al botteghino che mi auguro in ogni caso) perchè onestamente mi sono stufato di essere preso in giro da un regista che avrebbe dovuto ritirarsi dopo Thelma & Louise anzichè sfornare semi cazzate o cazzate intere.

Ci sono, guarda un po',  tanti altri quesiti che sono rimasti senza risposta in questo film, ma, come la vita spesso mi ha insegnato, certe volte è meglio che alcune domande non abbiano risposte, perchè esse potrebbero farti incazzare ancora di più dell'ignoto. (Come alla storie delle coppie con gap di età di parecchi lustri) 

Voto: 4

martedì 9 maggio 2017

Arrival

Titolo originale: Arrival
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Denis Villeneuve
Cast: Amy Adams, Jeremy Renner (altresì detto "occhio di falco"), Forest Whitaker, Michael Stuhlbarg
Genere: fantascienza


Cari lettori e, soprattutto, care lettrici, eccomi di ritorno con una recensione promessa circa un secolo fa ma che, finalmente, vede la luce e sto parlando del fantasmagorico “Arrival” del velocissimo Denis Villeneuve!
Premetto dicendo che la persistente assenza mia e del mio collega dalle pagine di questo blog è dovuta al fatto che siamo entrambi latitanti e ricercati  da pool di intelligence internazionali e perciò eravamo impossibilitati a scrivere con regolarità, al fine di non lasciare tracce dei nostri spostamenti transcontinentali!
Ok, finita la premessa con cui goffamente chiedo venia per l’assenza prolungata, inseriamo la quinta e partiamo a piena velocità con la presentazione di questo gioiellino di genere sci- fi che spero vivamente non vi siate persi.
La pellicola è stata diretta dal giovane e geniale Denis Villeneuve, regista ultimamente chiacchierato e già autore di ottimi film come “Sicario”, “Prisoners” o “Enemy” e con l’incombente e soverchiante compito di trasporre su grande schermo il seguito di uno dei più bei film di fantascienza mai realizzati, ossia “Blade Runner”, il quale ha avuto il merito di inventare e reinventare un linguaggio all’interno della fantascienza cosiddetta “adulta” e di esser stato a sua volta ispiratore per pellicole, interi generi e centinaia di opere successive appartenenti ai più svariati ambiti della cultura pop e non.

Il regista canadese che aveva fin’ora diretto quasi esclusivamente thriller, si cimenta dunque per la prima volta in un genere differente e, se questa pellicola doveva servire da cartina di tornasole per sondare la bontà dell’imminente regia di "Blade Runner 2049", posso affermare che, almeno per me, la prova è stata pienamente superata e il sequel di quella pietra miliare della sci-fi non poteva finire in mani migliori.
Ecco svelato l'arcano mistero di come arrivarono i monoliti a Stonehenge!

La pellicola in questione è la più o meno fedele trasposizione del racconto di Ted Chiang “Storie della tua vita” e mette in scena una storia apparentemente poco originale, cioè quella del “primo contatto” (in questo caso con 12 astronavi aliene e i loro occupanti atterrate in svariate zone del globo) ma trasforma un plot classico per molteplici pellicole hollywoodiane in un grandioso affresco fantascientifico!
Fin dalle prime battute si inizia con alcune scene da antologia della storia del cinema e saltano subito all’occhio quali siano stati i riferimenti visivi e concettuali da cui Villeneuve  ha attinto per il suo film e, su di tutti, spiccano la geometria e l’estremo rigore di alcune immagini che prendono spunto dall’estetica kubrickiana, un certo tipo di narrazione di stampo spielberghiano con, però, un’attenzione al dettaglio, alla psicologia e ai drammi dei personaggi seguiti sin nella loro intimità e mantenendo sempre un ritmo lento e pacato tipica del miglior Terrence Malick (cioè non quello degli ultimi anni, ahimè). Il ritmo molto “riflessivo” e la lentezza degli impercettibili movimenti di macchina che portano a scoprire le immagini passo dopo passo sono, a mio avviso, un punto di forza di questa pellicola e fanno pienamente parte del modo di narrare storie che adotta Villeneuve e, anziché appesantire la visione, riescono a rendere il tutto ancor più coinvolgente (un po’ come accadeva con “2001: Odissea nello spazio”) ed omogeneo.

A livello registico, inoltre, penso che Villeneuve abbia già raggiunto il suo apice con pellicole precedenti ed ora non faccia altro che riconfermare le sue ottime doti; ad un’ispiratissima regia è affiancata una fotografia non da meno: fredda, tagliente, prevalentemente dominata da toni cupi, giocati sulla scale del blu e del grigio e il tutto è condito con una realizzazione tecnica di prim’ordine, sia per quanto riguarda il design dei “vascelli spaziali”, sorta di gusci con un’estetica davvero intrigante che richiama il monolito nero di "2001: Odissea nello spazio" e lo stesso materiale di cui sono composti sembra un miscuglio di roccia porosa e metalli; altrettanto originale è la realizzazione degli alieni, non i soliti omini grigi o verdi che tanta cinematografia di Hollywood ha voluto imporre nell’immaginario comune attraverso un processo di antropomorfizzazione degli abitanti della galassia ma degli eptapodi simili a polpi o a piovre e che, personalmente, mi hanno ricordato gli “Antichi” lovecraftiani, questi immensi ed inimmaginabili mostri tentacolari/divinità, tipici appunto del mito di Cthulhu.
Questi alieni sono dei gran fumatori!

Gran pregio della pellicola è riuscire, nell’arco della prima mezz’ora, a costruire una crescente tensione che porta lo spettatore a voler scoprire come siano fatti questi alieni anche se il maggior stupore deriva dall’approccio linguistico/culturale e, a suo modo, “scientifico” con cui gli umani cercano di “comunicare” con gli alieni. La pellicola riesce dunque ottimamente nell’arduo compito di instillare nello spettatore  una certa curiosità nel cercare di comprendere le strategie utilizzate da linguisti e scienziati per interpretare una cultura “aliena”, “diversa” da quelle terrestri ma ricercando una comune base di comprensione attraverso segni, parole o numeri, pensati come i mattoni universali di qualsiasi linguaggio. Vengono a tal fine presentate alcune teorie davvero stimolanti e collegate al concetto di “origine di una lingua” e di metalinguistica come, per esempio, la possibilità che un sistema linguistico non abbia un ”inizio” e una “fine”, in cui il pensiero ed il senso di una frase non si forma mentre la si scrive parola dopo parola ma che possa esistere un sistema nel quale intere frasi, concetti e significati siano racchiusi in un unico segno dal valore circolare e dunque il processo mentale non sarebbe più progressivo ma, nel momento in cui si disegna un simbolo, esso comprenderebbe già un' intera accezione, espletabile nell’unicità del gesto. Di fatto gli alieni comunicano con simboli circolari e la trama stessa del film si dimostrerà circolare.
La classica macchia di caffè formato famiglia!

Oltre all’aspetto metalinguistico, vi è un aspetto di meta-narrazione, infatti come i protagonisti provano difficoltà nel comprendere gli alieni, per buona parte della pellicola gli spettatori non comprendono appieno ciò che il film ci vuole farci capire o narrare; questo aspetto che  può far presagire a un certo ermetismo della narrazione verrà, però, poi limato e compreso all’interno di uno struggente finale che chiarificherà l’intera vicenda.
Campagna di sensibilizzazione contro l'abbandono delle rosse!
Un finale struggente che può essere raggiunto solamente se un ottimo cast ha costruito passo do passo una certa gravitas della vicenda narrata e, anche in questo caso, Arrival riesce alla perfezione a trasmetterci un ampia gamma di emozioni tramite un cast di attori in stato di grazia: la Louise Banks interpretata dalla Adams (quanto adoro il suo naso!) non fa altro che riconfermare quanto questa attrice sia fantastica, una delle migliori della sua generazione per il sottoscritto (molto meritevole sempre lo scorso anno anche nell'interpretazione di quel gioiellino di "Animali notturni", di cui parleremo, croce sul cuore) e trasporta su schermo un personaggio carico di umanesimo che ha subito un grave trauma e faticosamente tenta di proseguire nel cammino della sua vita, come era stata ripresa nella sua botticelliana bellazza in "Animali notturni", qui ci viene presentata sfatta, spossata, col viso solcato dalle rughe e dall'impotenza di fronte all'ineluttabilità di alcuni eventi negativi; il fisico Ian Donnelly interpretato da Jeremy Renner (già candidato agli oscar ben due volte, quindi non solo cinecomic se ve lo stavate chiedendo) è altrettanto in parte, anche se il suo character ha un ruolo meno incisivo nella vicenda ma risulta complementare al personaggio di Amy; infine il colonnello Weber di Forest Whitaker (oscar per "L'ultimo re di Scozia") è utile a rappresentare una certa ottusità tipica dell'approccio militare a questioni di natura non prettamente bellica. 

Tornando ora al discorso riguardante la realizzazione della tecnologia delle navi aliene, va precisato che queste ultime hanno un design davvero singolare, sembrano gusci di pietra levigata che galleggiano nell'aria e non vi sono spiegazioni della loro tecnologia come non vi è alcuna spiegazione di diversi aspetti della fisicità o della fisiologia degli alieni: come fanno a respirare? come fluttuano le astronavi? Di che materiale sono fatti i loro vascelli spaziali? Perchè comunicano in quel modo? Nessuna di queste domande troverà risposta ma proprio questa scelta di non voler servire su un piatto d'argento delle risposte non fa altro che aumentare l'allure di mistero che ruota intorno all'epifania di questi alieni ed ha il pregio di far sì che nella mente dello spettatore si generino queste domande a cui tentare di rispondere dando sfogo alla propria fantasia il più possibile!

E anche per questo e per il fatto che capita ormai fin troppo di rado di vedere un film in sala di cui discutere sul contenuto per i giorni a venire, ben fatto Villeneuve!
Al primo incontro c'è sempre un po' di imbarazzo!
Infine, per quanto riguarda la conclusione di questa pellicola, essa merita un paragrafo a sè. Il finale è molto emblematico e profondo; da un certo punto in avanti l'umana visione sequenziale degli eventi inizierà a scardinarsi e verrà sostituita dall'aliena concezione circolare del tempo, da quel momento in poi non ha più senso parlare di passato e futuro poichè essi accadono ripetutamente negli stessi istanti e per sempre ed è qui che la scelta della protagonista di abbracciare il proprio destino senza intralciare o modificare l'ordine delle cose, compiendo un sacrificio enorme a favore di un bene superiore, porta il suo gesto ad essere interpretabile come un vero e proprio atto d'amore verso l'umanità! 
"Il castello dei Pirenei" di Magritte, possibile fonte d'ispirazione?
Dunque l'opera ultima di Villeneuve si fa portatrice di importanti tematiche: la comunicazione deve essere intesa come mezzo per colmare il piccolo divario che c'è tra un essere vivente e l'altro (ben rappresentato, tra la'ltro, dal piccolissimo spazio che le astronavi lasciano con la Terra e, ogni volta che si genera un cortocircuito comunicativo, il divario aumenta) e comunicare con un altro popolo e comprenderne la scrittura significa iniziare a capire come pensa e dunque a meglio empatizzare con esso; la comunicazione non deve, però, esser utilizzata come "arma" (parola chiave dal duplice aspetto nel film) come avviene spesso tramite informazioni strumentalizzari (tg spazzatura), un uso distorto del linguaggio attuato dai media o come violenta dialettica a fini impositivi o propagandistici tra gli Stati ma deve assumere il valore di bene universale: ecco, dunque, che il messaggio del film passa dall'importanza di "comprendersi" all'importanza di "comunicare" tra noi tutti popoli della Terra.


Perciò, se non lo avete ancora visto, fatevi del bene, e correte a recuperare l'ultima fatica di Villeneuve! Potrà sembrare troppo complicato per il grande pubblico o troppo poco hard sci-fi per l'amante del genere ma, indubbiamente, si tratta di una delle meglio riuscite unioni tra blockbuster e cinema d'autore degli ultimi anni!

Voto9 ½