venerdì 24 febbraio 2017

Snoopy & Friends - Il film dei Peanuts

Era una notte buia e tempestosa...




Titolo originale: Snoopy & Friends
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Steve Martino
Cast: Trombone Shoty (quello che da voce agli adulti!), Rebecca Bloom
Genere: Animazione


Quando ho visto questo film mi sono emozionato e, dai posso dirlo, commosso.

Rivedere, dopo non so quanti anni, Snoopy, Charlie Brown, Linus, Lucy, Sally e tutta quella gioiosa combriccola di spensierati bambini mi ha fatto scendere una lacrimuccia ed emozionare come non accadeva da tanto.

In questa pellicola rivive l'essenza delle strisce di Schulz, un'essenza pura, semplice e sorprendentemente romantica, pure per un ragazzotto di 90kg e (sigh) quasi 27 anni come il sottoscritto, costantemente incazzato col mondo.

Il protagonista principale è Charlie Brown, perdutamente innamorato della "Ragazzina dai capelli rossi" ma incredibilmente imbranato da non aver neanche il coraggio di parlarle (come il ragazzotto cui sopra quando tenta di approcciarsi con qualunque donna).

Il nostro "eroe" cercherà così di iniziare un cammino per rafforzare la sua autostima, con il suo fido Snoopy a fargli da spalla, che lo porterà a situazioni tragicomiche (più tragiche che comiche devo dire): riuscirà CB a far breccia nel cuore della sua amata? Ma soprattutto, riuscirà il suo cane a completare il suo romanzo?

Anche TU maschietto che stai leggendo ti sei trovato in questa situazione, e lo sai!

Purtroppo non riuscii a guardare questo film al cinema, ma onestamente avevo tantissima paura che uno dei fumetti che hanno segnato maggiormente la mia infanzia potesse essere macchiato da quello che ritenni essere un puro tentativo di accaparrarsi soldi sfruttando un grande nome come i Penauts.
Ormai devo ripetere sempre più spesso questa manfrina dei reboot e delle scarse idee che girano a Holliwood (anche se per fortuna ci sono delle grandi smentite in questo periodo e sul blog a breve ne vedrete un bel po'). Aggiungiamo inoltre che il tanto amato Schulz in punto di morte mise per iscritto che con la sua dipartita tutto il mondo di Snoopy avrebbe cessato di esistere. Insomma, le premesse erano pessime.

Ricordo che, parecchi anni fa, furono prodotti dei brevi cartoni animati, in cui si manteneva la stessa struttura 2D dei fumetti per preservarne la genuinità ma in Italia ne uscirono proprio pochi, distribuiti su canali syndication doppiati col membro di segugio.

Qui invece hanno avuto il coraggio di studiare a fondo le tecniche artistiche di Shulz, in modo da poter esprimere la profondità e utilizzare la CGI senza però perdere la naturalità dello stile cartaceo; inoltre è stato usato un ottimo escamotage per dividere le avventure di "Browne Charles" da quelle del suo amico peloso (vi ricordate l'asso della Prima Guerra Mondiale?) senza dover per forza interrompere il ritmo della storia!

Fenomenale!


Faccio in conclusione i complimenti alla Fox, al regista Steve Martino per aver impacchettato questo piccolo e pregiato omaggio animato per uno dei più grandi fumettisti che abbia avuto modo di conoscere!

Voto: 8

giovedì 2 febbraio 2017

Deepwater - Inferno sull'oceano

Avrei dovuto capirlo dalla locandina...







Titolo originale:
 Deepwater Horizon
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Peter Berg
Cast: Mark Wahlberb, Kurt Russel, John Malkovich, Gina Rodriguez
Genere: Drammatico, azione, roba ammmerregana

Ed eccoci alla terza e ultima mia fatica che conclude l'Odissea (come il saggio Ste ha definito) che ho intrapreso nello scrivere recensioni su film ambientati in mare!

Stiamo parlando di Deepwater, diretto da Peter Berg e basato sui tragici fatti realmente accaduti sulla piattaforma petrolifera Deepwater Horizon che hanno causato uno dei disastri ambientali più massicci del nostro secolo.

Io, in quanto studioso dell'ambiente e delle tecnologie di risanamento ambientale, non ho potuto fare a meno di notare questo titolo perchè a volte i film, se fatti come Dio comanda, possono far riflettere il cittadino medio più di un articolo di giornale o di un documentario. (NB: non che sia d'accordo su sta cosa eh, ma purtroppo spesso e volentieri i film influenzano di più o hanno una distribuzione maggiore, portando a raccontare eventi in maniera romanzata ma efficace)

"L'ambiente" si sa è un tema che divide: alcuni prendono sottogamba la questione ambientale, molti ne ignorano le cause (pensate che in America un tizio con la pelle arancione ha detto che il riscaldamento globale è importante perchè a New York in inverno fa freddo) e chi più ne ha più ne metta.

Anche il mondo del cinema sta iniziando a sviluppare pellicole su questo tema, si veda "L'incubo di Darwin" o il recentissimo "Punto di non ritorno" di Fisher Stevens sul cambiamento climatico.

Quindi, felice per il fatto che anche a Hollywood ci sia qualcosa in movimento, prima di guardar codesto film mi sono detto: "Ok Luro, preparati che probabilmente questo film sarà bello pesante, gli argomenti li conosci, sarai triste a fine pellicola quindi tieniti vicino quel Whisky che hai comprato a Praga, sarà utile!".

A fine pellicola realizzai quanto fossi stato un povero illuso, sapete perchè? Perchè la produzione ha lucrato su uno dei danni ambientali più massicci del nostro secolo (repetita iuvant) per buttar giù una pellicola sciatta, vuota e al limite dell'americanata cosmica. 

Insomma, una cagata pazzesca.

Vi riporto brevemente i fatti veri: sulla Deepwater Horizon, stazione semi sommergibile il cui obiettivo era creare pozzi sottomarini per poter estrarre del petrolio,si scatenò un terribile incendio, che causò un collasso della struttura e conseguentemente si liberò un'enorme quantità di petrolio nel mare. Dai documenti che sono riuscito a leggere online ci sono state varie cause concatenanti, quali strumenti non funzionanti, cemento non ottimale nel sigillare il pozzo e ovviamente errori umani.

Ok, e nel film cosa vediamo?

Nella prima mezzora c'è l'introduzione dei protagonisti, della piattaforma e del cattivo capo ingegnere; dopodichè c'è lo spiegone premonitore del disastro e il resto del film è tutta la sequenza dell'incendio da cui i protagonisti cercano di salvarsi. Si può dunque notare come regista abbia beatamente snobbato la piccola parte del disastro ecologico, mantenendo i riflettori puntati sui momenti drammatici vissuti dagli operai, forse per sottolineare di più l'aspetto umano della storia, sul fatto che chi ha sbagliato ha di fatto giocato sulla pelle di chi era a eseguire le procedure.

Il problema, per quel che mi riguarda, sta a valle: se vuoi mantenere la drammaticità, non puoi avere la stessa recitazione da classico disaster movie! La maggior parte degli attori non ha saputo trasmettere quella carica drammatica e di paura che un povero cristo sentirebbe in una situazione fra la vita e la morte, piuttosto ho visto il contrario, in cui si evidenzia un ego smisurato e scene al limite del grottesco.


Roba del tipo: le pareti sono in fiamme, i due personaggi devono ridare la corrente alla stazione perchè c'è stato un blackout, hanno appena visto dei loro colleghi perire sotto delle macerie e appena si trovano davanti al quadro elettrico FANNO UNA BATTUTA!

"Avevo una borsa di studio nella facoltà di architettura, e adesso sono qui. Dovevo dare retta a mia madre!"

Seriamente?

Inutile dire come i protagonisti (principalmente Mark Wahlberb e Kurt Russel) già avessero avuto l'idea che stava per accadere il patatrack ma i loro capi non volevano rispettare le procedure di sicurezza per via dei tempi perchè insomma sossoldi e allora lasciamo da parte i test che il capitale chiama.

Malkovich fa il capo più stereotipato della storia: affarista, cattivo e che pensa ai soldi ma non ai suoi operai.

Che belli che sono gli americani, signori miei: odiano quando il denaro viene messo prima delle persone e poi votano Trump.

Il film si conclude con i sopravvissuti che pregano e scene tratte dai telegiornali del 2010 sul loro salvataggio e sul processo che hanno fatto conseguentemente al disastro.

Padre nostro, ti preghiamo per pulirci la coscienza per aver prodotto un film del genere.

Insomma, se Berg avesse voluto fare un film denuncia, in cui le vite degli operai sono state messe in secondo piano dai loro superiori per dare importanza ai soldi penso che abbia toppato alla grande.

Se avesse voluto emulare un film come Titatic, in cui l'errore umano ha causato la morte di vite umane, ha sbagliato due volte: uno perchè sono due situazioni completamente diverse, due perchè questa differenza è chiave della storia e da essa ne susseguono i toni che un film deve prendere.

Se invece ha preso come scusa una storia realmente accaduta per calcare la mano con effetti speciali, con gli stereotipi a manetta (operai umili ma puri, i capi ingegneri studiati ma che non sanno che la vita delle persone è importante) e far svolazzare qualche bandiera a stelle e strisce dimenticandosi che tutto questo disastro abbia portato non solo alla morte degli operai ma anche possibili aumenti di malattie alle vie respiratorie, alla formazioni di tumori alla popolazione costiera e ovviamente un significativo impatto alla catena alimentare marina, in cui pure l'uomo può farne parte, sì, direi che in questo caso ci sia riuscito alla grande.

Peccato però che con questo ha perso molta della mia stima e della mia fiducia.

Voto: 3

PS: un film del genere è Poseidon, ma in quel caso il film fu stroncato dalla critica. L'anello di collegamento con questo film è Kurt Russell. Amico mio, per favore non fare più film del genere!

martedì 24 gennaio 2017

All Is Lost – Tutto è perduto



Titolo originale: All is lost
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: J.C.Chandor
Cast: Robert Redfort
Genere: Drammatico, avventura

Continuo la mia trilogia "recensioni sul mare" con questa piccola e veloce analisi del film "All is lost" in cui le vicende ruotano intorno a un personaggio senza nome interpretato da Bob Redford.

Un uomo naviga con il suo yacht nell'oceano indiano quando gli capitano le peggio sfighe una dietro l'altra: viene speronato da un container pieno di Kickers alla deriva, viene colpito da mille intemperie, la sua barca valutata qualche migliaio di dollari cola a picco, e quando si ritrova su una zattera non viene visto da una nave cargo piena di container.

Rendo la tua vita un inferno! Madonna se è un inferno!


[Spoiler finale] Alla fine, senza più bengala, acqua o cibo, cerca di mostrarsi a una nave vicina dando fuoco al diario di bordo ma per veramente troppa sfiga, prende fuoco la sua zattera e lui finisce in mare. Quando sembra che tutto sia finito, una barca con una luce si avvicina e una mano entra in acqua e l'uomo la afferra.



Ora, al di là di ogni facile ironia, questo film, con una trama quasi inesistente e con un solo attore, è riuscito ad aprire tante possibili chiavi di lettura e tante varietà di analisi.

Per quanto mi riguarda, io ho visto una grande allegoria sulla vita, rappresentata dal mare le cui intemperie sono le difficoltà che spesso ci propina le quali, affrontate con costante determinazione e soprattutto con voglia di fare, si possono superare, non senza comunque tante difficoltà.

Semplicistico? Minimalista? Può anche essere, per questo consiglio vivamente di guardarlo per poter dare una vostra personale opinione.

Mi piace pensare che il messaggio sia alla fine positivo, in cui il regista voglia dare allo spettatore una dose di speranza e un invito a giocare tutte le carte che ognuno di noi ha a disposizione per poter sopravvivere alle varie "tempeste" che si è costretti ad affrontare.

Un film che ti tiene incollato allo schermo, ti toglie il fiato e mantiene una durezza nello stile per quasi tutto il tempo, lasciando il finale a libera interpretazione

Particolare menzione d'onore al grande attore Redford che si è caricato sulle spalle questa pellicola e che, senza dire una parola, è riuscito a interpretare direi egregiamente un "signor nessuno" in mezzo al mare sballonzolato dagli eventi: le sue espressioni visive riuscivano a mostrare perfettamente lo stato d'animo di chi sa che in certe situazioni o ci si muove o.. ci si muore!


Non dico una frase in due ore, ma ora faccio uno sguardo e SBAM...rischio di vincere un Golden Globe! 


Voto: 7½

lunedì 16 gennaio 2017

Heart of the Sea - Le origini di Moby Dick





Titolo originale: In the heart of the sea
Paese: USA
Anno: 2015
Regia: Ron Howard
Cast: Chris Hemsworth, Benjamin Walker, Tom Holland, Brendan Gleeson, Ben Whishaw
Genere: storico, avventura


Ed eccomi qui, dopo aver digiunato a lungo torno prepotentemente a scrivere sul mio caro blog, dopo che lo Ste è riuscito a tamponare la mia assenza con qualche sua recensione.
Rompo il silenzio con una scia di recensioni che spero di pubblicare per le prossime due settimane, il cui protagonista assoluto è il mare.
Non c'è un vero e proprio motivo, diciamo che avevo un po' di film da guardare e casualmente erano tutti ambientati lì.

Il primo che andrò a recensire è Heart of the Sea, una delle ultime fatiche di Ron Howard, in cui vedremo narrata la storia che ha ispirato Melville a scrivere uno dei libri più famosi nel mondo, ovvero Moby Dick.

Dunque, la storia di una storia nella storia? Sagace.

Melville, appunto, è un giovane scrittore che è affamato di ispirazioni e idee per scrivere un libro e decide di andare a trovare uno dei pochissimi sopravvissuti della Baleniera Essex che, dopo un lungo viaggio nel Pacifico, naufragò disastrosamente per cause non del tutto chiare. Thomas Nickerson, il sopravvissuto cui sopra, dovrà dunque affrontare dei vecchi fantasmi del passato e scavare fino al fondo della sua psiche e della sua memoria, mettendo a nudo la sua coscienza tenuta per troppo tempo nascosta per poter raccontare la tragica verità di quella maledetta imbarcazione.

Ottima prova recitativa di Chris Hemsworth, che a quanto pare non ha perso il vizio di lanciare cose.


Cosa posso dire di questo film?

Affermo che Ron Haward riesce sempre a dare il meglio di sè quando si tratta di raccontare storie vere e autobiografiche: ho veramente apprezzato la cura per i dettagli e per la veridicità durante il racconto; potrebbe risultare facile farsi prendere la mano e andar giù pesanti con gli effetti speciali e rendere tutto più spettacolare, invece il regista ha intrapreso la via della morigeratezza, grazie alla quale lo spettatore si catapulta nella quotidianità della vita della baleniera per merito della posizione di telecamere in punti strategici (sul pennone, dentro la stiva ad esempio) e della fotografia diretta dal sapiente Mantle, con cui Haward lavorò per Rush.

I personaggi principali, il capitano Pollard (Benjamin Walker) e il primo ufficiale Chase (Chris Hemsworth) sono il fulcro principale della trama, in quanto in piena competizione fra loro: il primo, figlio di famosi capitani, vuole affermarsi e mantenere una tradizione; il secondo è un uomo di campagna che dopo anni di navigazione, è riuscito a farsi una certa reputazione nell'ambito alla caccia alle balene.


Si copiano pure lo sguardo

Come penso abbiate notato, nella prima parte, la natura sembra venga dimenticata, come se non contasse ma facesse solo da sfondo: l'uomo è il fulcro, l'uomo comanda, l'uomo ha creato una società complessa e ha bisogno del grasso di balena per illuminare le strade, quindi le balene sono soltanto mezzi di produzione e basta.

Ma fra le stelle e le stalle quanta strada c'è?

Quand'è che l'uomo si accorge che il suo ego non è che un nulla rispetto alla vastita del Creato? Quand'è che capirà che non è che un granello di sabbia nell'universo e che la sua ragione (intesa come ratio latina) può essere messa in discussione quando la Natura gli è avversa?


Quando ad esempio viene speronato da una balena incazzata

Il film gioca su queste tematiche di spessore, anche se da spettatore ammetto di aver dovuto ragionarci su un po' di tempo: vuoi perchè sono tardo di mio, vuoi che l'estremo realismo può essere ben apprezzato quando vengono evidenziati certi elementi (la caccia delle balene, la raccolta del grasso) ma può essere estremamente limitativo quando si toccano elementi più "spirituali" come il risveglio della natura umana.

Quindi tirando le somme, questo film secondo me avrebbe avuto un potenziale maggiore che non è stato sfruttato appieno, ma non me la sento di bocciarlo: come detto, scene e fotografia sono brillanti, il cast è veramente ben assortito e i dettagli sono eccezionali.

Inutile dire che mi sono caricato sul kindle il libro!

Voto finale: 6.5

venerdì 30 dicembre 2016

The Neon Demon


Titolo originale: The Neon Demon
Paese: Francia, US, Danimarca
Anno: 2016
Regia: Nicolas Winding Refn
Cast: Elle Fanning, Jena Malone, Christina Hendricks, Keanu Reeves, Alessandro Nivola
Genere: thriller, horror

Pensavate che il sottoscritto e il caro Luro fossero fuggiti col bottino delle loro ultime scorribande su qualche isola tropicale? Ebbene … no, siamo ancora qui, vivi e (più o meno) vegeti e forse sarebbe anche il caso che la smettessi di usare il plurale in stile “mago Otelma” visto che mi trovo a battere sulla tastiera in totale isolamento in questi istanti. Riprendendo possesso del mio “io visibile” (e son sapete di cosa si tratta non è che abbiate scarse conoscenza filosofiche ma soltanto vi state perdendo l’ultima serie-bomba lanciata da Netflix, “The OA”) vorrei passare alla recensione vera e propria e ridare il via ad una nuova stagione critico/creativa di questo piccolo blog di quartiere.
E quale miglior modo per “riaprire le danze” se non recensendo uno di quei film che maggiormente mi hanno colpito quest’anno e che ritengo un piccolo capolavoro della stagione cinematografica appena conclusasi (non contando, ovviamente, le decine di pellicole “da Oscar” che, come ci ricorda la distribuzione italiana, arriveranno in sala tra Gennaio e Febbraio)?

Premessa d’obbligo: il film che andrò  ad analizzare (o per lo meno tenterò) è stato presentato all’ultimo festival di Cannes ed è stato anche parecchio fischiato e bistrattato da buona parte della “critica ufficiale”, oltre ad esser stato ritenuto di cattivo gusto e, per certi versi, scandaloso o pregno di violenza gratuita. Sto parlando, se non si fosse ancora capito, di “The Neon Demon” e nulla di più falso poteva essere detto o scritto!

Il primo scioccante "quadro" dell'opera di Refn



L’ultima fatica del grande Nicolas Winding Refn, già autore di gemme dalla rara lucentezza come Bronson, Drive o la trilogia di Pusher, rappresenta per me il coronamento della carriera di questo eccentrico cineasta danese che ha saputo intercettare, meglio di molti altri suoi contemporanei, mode, problematiche e ossessioni della nostra società, unendo uno stile ed un immaginario prettamente pop ad immagini, suoni, colori e sequenze unici e potenti. 
A mio parere, questo film ha tutte le carte in regola per essere definito un capolavoro moderno (termine di cui non cerco mai di abusare), un’opera estetica da ammirare ancor prima che comprendere o analizzare, che si rifà apertamente alle splendide immagini e ai giochi di luci tipici della filmografia del grande Dario Argento, mentore e collaboratore del più giovane Refn.

Partiamo da un aspetto che tendo a trascurare o a mettere in secondo piano quando scrivo una recensione ma che, mai come in questo caso, ha un valore preponderante, ossia la colonna sonora: le musiche elettroniche, martellanti e, a volte, disturbanti e roboanti create da Cliff Martinez rappresentano un tipo di sonorità che generalmente non riuscirei ad apprezzare quasi in nessun contesto o in nessun altro film ma, in questo caso, calzano a pennello, sorreggono la narrazione scena dopo scena e fanno mutare lo stato d’inquietudine o  di sorpresa dello spettatore più e più volte. Anche questo aspetto è chiaramente ispirato alle particolarissime colonne sonore, molto spesso ad opera dei “Goblin”, che adornavano magnificamente i più riusciti film di Dario Argento.

“A braccetto” con la colonna sonora, la fanno da padrone le luci psichedeliche, pulsanti e alienanti di questa pellicola, gioia e dolore per gli occhi del pavido spettatore; anch’esse contribuiscono alla composizione di questo magniloquente affresco di luci e suoni. I colori forti, principalmente al neon e spesso lampeggianti si sposano a meraviglia con ciò che la narrazione vuole comunicarci e l’utilizzo di frame proiettati in rapida sequenza, in cui il movimento viene a perdersi, facendo divenire le inquadrature vere e proprie istantanee da incubo, è un altro accorgimento a dir poco geniale.


Lo specchio: tematica fondamentale della pellicola, simboleggia l'opposto ed il contrario che si riflette ma è anche specchio dell'anima!
Ma di cosa parla “in soldoni” questo film? La trama è all’apparenza molto semplice e, in pillole, è la seguente: “Jesse, un'aspirante modella, si trasferisce a Los Angeles, dove viene reclutata da un magnate della moda come la sua musa. Entrando nell'industria della moda, la sua vitalità e giovinezza saranno divorate da un gruppo di donne ossessionate dalla bellezza, che useranno ogni mezzo per ottenere ciò che ha.”

La protagonista dell’apparente trita e ritrita storia di ricerca del successo e dell’affermazione di sé in un mondo crudele, a tratti violento e quasi “cannibale” come quello della moda, è la giovane Elle Fanning (sorellina della più nota Dakota) che all’epoca (due anni fa) in cui fu girato il film, aveva appena sedici anni e si è dovuta confrontare con un personaggio estremamente complesso, dovendo interpretare una ragazzina ingenua, innocente e pura, portatrice di una bellezza quasi “non umana”, una bellezza trascendentale e, non a caso, una finezza del regista è quella di comporre l’inquadratura della scena in modo tale che lei spicchi sempre, anche in mezzo all’altisonante bellezza delle altre modelle ed, inoltre, è costantemente illuminata e contornata dalla luce, quasi ad indicare la provenienza “divina” della sua bellezza che stordisce e riempie gli occhi di chi la guarda. Nonostante questi aspetti che tendono ad accumunarla ad una figura angelica, Jesse presenta un lato nascosto ed oscuro, che emergerà pian piano: sembra infatti che la sua apparente innocenza le impedisca di comprendere appieno il mondo che la circonda ed inoltre la sua bellezza è portatrice anche di distruzione e dolore (“Mia madre lo diceva sempre. Sono pericolosa!”), infatti quando sei così bella ispiri amore e odio in egual misura, spingendo le persone ad estremizzare i loro sentimenti, positivi o negativi che siano, nei confronti di una così spiccata armonia.
"Guardati, vuoi davvero essere come tutte loro?" "No. Sono loro che vogliono essere come me!"


L'inperscrutabile Ruby
Il violento albergatore interpretato da Reeves
Gli altri, pochi tra l’altro, personaggi funzionali alla vicenda comprendono: Dean, il giovane fotografo che scoprirà per primo la bellezza di Jesse e la introdurrà nel mondo dell’alta moda e della grande metropoli, sarà inizialmente suo amico e confidente ma, come gli verrà fatto notare dal cinico fashion designer interpretato da Alessandro Nivola, egli l’ha notata ed aiutata solo ed unicamente per la sua bellezza altrimenti, con molta probabilità, non si sarebbe mai accorto di questa ragazzina ingenua e spaesata;        due modelle ritraenti in tutto e per tutto la “società delle apparenze”, dove la bellezza è costruita e artificiale ed entrambe vogliono primeggiare e vendicarsi contro una bellezza più pura e genuina come quella di Jesse; Ruby, la truccatrice, vero personaggio cardine della vicenda, interpretata dalla fantastica Jena Malone, un personaggio fondamentale e scritto benissimo, raffigurante l’inquietudine più pura che attanaglia l’animo umano e, infine, Hank, l’albergatore del sudicio e vetusto motel di periferia in cui soggiorna Jesse, interpretato magistralmente da Keanu Reeves, personaggio-simbolo di una cattiveria cieca ed indifferente e, a detta dello stesso Keanu, una delle sua migliori interpretazioni, cosa anche molto coraggiosa da parte di un attore di Hollywood così in vista che, in fin dei conti, si presta ad interpretare uno stupratore di minorenni.

Ora passiamo al tema “scottante” dell’intero film, la violenza e il suo utilizzo all’interno della pellicola. Questo film, come già accennato, presenta diversi momenti e contenuti violenti, all’apparenza molto forti ma, a mio avviso, mai decontestualizzati; è presente indubbiamente una certa dose di violenza da “sangue che schizza” ma, per lo più, non è questo tipo di brutalità sensazionalistica che Refn ricerca ma, piuttosto, una violenza dal valore simbolico, a volte più animalesca, gratuita e feroce (e suggestive sono in questo caso le premonizioni che ha Jesse come l’incontro con un animale predatore come il ghepardo, presente in una particolare scena del film) e altre volte più psicologica, tormentata e, a tratti, affascinante, derivata da un’inestinguibile inquietudine che accompagna diverse persone nella loro vita (e il personaggio della truccatrice Ruby è esemplificativo in questo caso). Volendo andare più in profondità riguardo a questo aspetto, è impossibile non aggiungere il "pomo della discordia" di cui si è macchiata questa pellicola, ovvero una particolare scena che vede protagonista proprio Ruby, impegnata in un rapporto sessuale con un cadavere. La scena in sè mi ha sia disgustato che affascinato allo stesso tempo ma sono certo nel dire che non sia mera provocazione: tutto ciò avviene in un momento cardine della storia nel quale, dopo un brutale rifiuto che Ruby ha subito da parte dell'oggetto del suo desiderio (Jesse), la truccatrice (anche di cadaveri, non il miglior lavoro al mondo insomma) si rivaleggia sul corpo inerme a sua disposizione; come ben spiegato da Refn la scena è molto peculiare e chiarisce il concetto che quando sei rifiutato da tutti, "la morte non ti rifiuta"! Sono infine presenti alcune scene di cannibalismo, mai mostrate veramente ma viene mostrato il loro "risultato" ed esse simboleggiano appieno il concetto, presente in molte antiche tribù, che assumendo o mangiando il cuore e succhiando il sangue del nemico, si possa apprendere ed interiorizzare le qualità (in questo caso la bellezza) di quel nemico.

Il film esplora inoltre l’animo umano e un certo tipo di valori e ideali divenuti fondamentali in questa società ma apparentemente fasulli, vuoti, i quali, in fin dei conti, non portano a nulla, a nessuna reale gioia o soddisfazione personale come l’arrivismo sfrenato, l’apparire e l’esaltare un certo tipo di bellezza “costruita” e fine a sé stessa (un chiaro esempio è dato dalla contrapposizione che si genera in tutto il film che presenta luci, ambienti e personaggi "artificiali" mentre sui titoli di coda scorrono immagini di rara bellezza naturalistica) oppure l’invidia e la volontà assoluta di primeggiare e “sbranare” i propri avversari. La pellicola, in aggiunta, è quasi totalmente al femminile e devo confessare che sto amando questo trend molto presente negli ultimi anni nel quale l'immagine della donna è presa come centro dell'azione e delle vicende e ciò accade sia in film smaccatamente più commerciali come "Rogue One", "Frozen" o "Mad Max: Fury Road", sia in film più autoriali come "Julieta", "Jackie" o "Mustang"; lasciando ai personaggi maschili un ruolo limitato e legato unicamento al concetto di figure predatrici.

La donna come "motore immobile"

Insomma, volendo concludere, come avrete ormai ben capito, questo thriller-horror schizoide e completamente pop mi ha riempito gli occhi e il cuore e mi ha fatto a lungo riflettere sulla "grandezza" della bellezza. Non è assolutamente un film vuoto come molti hanno sostenuto ma un film pieno, pieno di bellezza in tutte le sue forme che ci mostra anche tutto il dolore che può recare a chi questa bellezza non la possiede; l'opera di Refn fa inoltre un quadro su come la bellezza in tempi moderni sia relamente "tutto", quasi essenziale per vivere e soprattutto per vivere in ambienti come quelli della moda, del cinema, della rappresentazione artistica o in classi sociali come l' "altissima borghesia".
Chi non ha capito questo film, semplicemente non l'ha voluto guardare con il giusto spirito poichè non c'è nulla da comprendere, come quando si è di fronte ad un'opera d'arte, bisogna ammirarla e vedere cosa ci comunica cercando di coglierne i sottotesti.

Dunque grazie Refn per questa splendida visione e questo tipo di cinema ormai scomparso, un cinema sperimentale che parla più con le immagini che con le parole, un'idea ambiziosa di cinema, all'interno di una confezione lussureggiante!
Refn: "Con questo film voglio narrare la storia della mia "ragazza interiore" "


Voto9



 

sabato 5 novembre 2016

Consigli Per Il Cinema - Doctor Strange



Titolo originale: Doctor Strange
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Scott Derrickson
Cast: Benedict Cumberbatch, Chiwetel Ejiofor, Tilda Swinton
Genere: fantastico, azione fumettosa, robe esoteriche



Qualche giorno fa io e Ste abbiamo visto insieme Dr Strange e, di conseguenza, abbiamo deciso di fare una sorta di MEGARECENSIONE (tutto maiuscolo) in cui abbiamo infilato la maggior parte delle nostre sensazioni.

Dunque ora passo la parola a lui e alla fine vedrete le mie conclusioni! 

...cambiamento di carattere in corso...

<< Cari internauti, rieccomi all’opera! Giusto pochi giorni fa sono andato con quel mattacchione del Luro a vedere un film che attendevo con una certa trepidazione (soprattutto per la presenza di un certo Benedict Cumberbatch), ossia “Doctor Strange”, ultima fatica dei Marvel Studios e ora vi espongo alcune considerazioni riguardo alla pellicola, maturate in parte in sala o chiacchierando con Luro e in parte lasciando qualche giorno di tempo per rielaborare e organizzare le idee.

Quest’ultima operazione Marvel, come già fatto altre volte (“Ant-Man” o “Guardiani della Galassia”), prende un personaggio "poco noto" al grande pubblico (o per meglio dire ai non addetti ai lavori) per renderlo iconico e farlo appunto conoscere anche ai non-lettori dei fumetti della “Casa delle idee”. A dirigere il tutto Scott Derrickson, giovane regista con alle spalle almeno due ottimi film horror abbastanza autoriali. Come sarà andata?



Secondo noi molto bene. Questo film risulta una sorta di punto di svolta per l’Expanded Universe Marvel  introducendo la magia e il misticismo all’interno di un contesto generalmente più "supereroistico" o fantascientifico. E lo fa con una gran classe: a livello di messa in scena e regia ci troviamo di fronte a un’opera eccellente, gli effetti visivi sono di grande impatto (bellissimi gli effetti delle proiezioni astrali) e le scene d’azione all'insegna del dinamismo pur restando chiare e intellegibili.
Per una volta tanto anche il 3D risulta davvero notevole e fa guadagnare molto all’esperienza visiva di noi spettatori, esperienza che, a più riprese, cerca di richiamare la controcultura figlia dei 70s, il periodo hippie e la psichedelica da trip di LSD (oltre che a citare tanto buon cinema recente (“Inception”) o le architetture impossibili di Escher). Risulta, perciò, in questa accezione, molto fedele al fumetto originale e risulta abbastanza fedele anche a livello di storia e narrazione delle origini del personaggio.

Questa è la psichedelica che solo Steve Ditko (vero creatore di Doctor Strange con buona pace del caro Stan Lee che non lo ammetterà mai) sapeva infondere sulle pagine di Strange Tales negli anni ’70.

I personaggi sono praticamente gli stessi che comparivano sulle pagine di Strange Tales con giusto qualche cambiamento: lo Steven Strange di  Cumberbatch risulta perfettamente “in parte”, un uomo arrogante ed egocentrico,  geniale e molto competente nel suo lavoro (in questo ricorda anche il Tony Stark di Robert Downey Jr.) che, però, lentamente cambierà divenendo un eroe atipico mantenendo alcuni aspetti del suo carattere originale; Tilda Swinton porta, invece, sullo schermo un ”Antico” diverso dalla controparte fumettistica, nei fumetti è un vecchio saggio tibetano mentre nella trasposizione su cellulosa diventa una donna di origine caucasica ma, a parte questo, anche qui la caratterizzazione del personaggio viene rispettata e la buona prova dell’attrice riesce anche a regalarci un momento particolarmente toccante a circa 2/3 del film. Anche Mordo (interpretato dall’attore candidato agli Oscar Chiwetel Ejiofor in 12 Anni Schiavo) subisce la stessa sorta di “cambiamento etnico” passando dal tipico personaggio orientale dei fumetti a, appunto, un personaggio afroamericano.">>

E ci mettiamo una donna come capo e il nero come spalla... successo assicurato!

E qui subentra il Luro nelle considerazioni finali: nonostante questi cambiamenti, secondo me anche inevitabili quando si traduce su grande schermo un’opera fumettistica, l’essenza e il carattere di ognuno di questi personaggi viene decisamente ben trasposto con grande fedeltà ed, inoltre, non essendo nessuno di questi personaggi particolarmente conosciuto al grande pubblico, questi piccoli cambiamenti vanno decisamente bene.

Concordando comunque con il mio braccio destro è unitile nascondere anche quei pochi difetti che, volenti o nolenti, sono sempre più frequenti in pellicole del genere. 
Anche se non sono molto studiato a riguardo, io ho sempre visto questo personaggio come una cazzutissima semidivinità (chissà se vale come eresia questa frase) capace di fare meraviglie che difficilmente qualunque altro eroe Marvel sia in grado di eguagliare: eppure proprio in alcune scene di combattimento sono state introdotte con troppa foga le odiatissime scene di humor slapstick che magari trovi spassose nei sopracitati AntMan o I Guardiani Della Galassia (generi agli antipodi per questo film) ma che qui non c'entrano un'infinocchiatissima.

E ok, le avrò trovate divertenti, ma credo che il mio sia stato quel tipo di divertimento che mostro quando la parente semisconosciuta di infinitesimo grado a Natale mi regala un maglione antisesso e sono costretto (perchè di costrizione di tratta) a ridere, essere felice e ringraziare. E questo, come al solito, è un peccato.


Inoltre, come mi è stato fatto notare, il villan interpretato da Mads Mikkelsen, è piuttosto scialbo, piatto e senza forti motivazioni, funzionale alla narrazione e non sovrasta più di tanto il “cammino dell’eroe” ed ha, come unico aspetto positivo, una caratterizzazione estetica davvero ben riuscita

Anche se mi ricorda un po' Mexes con qualche lampada in meno e con quel tocco di eyeliner in più.

Il film piace? Sì.  Introduce un frammento nell'immenso mosaico di casa Marvel? Sì. Porta qualche novità rispetto alla solita manfrina dell'eroe che nasce cresce e fa cose fighe? No.

Graficamento bello, con una prova recitativa brillantemente superata dai più e con un personaggio sicuramente diverso dal solito, in questa pellicola ci sono gli ingredienti per trascorrere una piacevole serata con gli amici, senza lesinare negli Easter Eggs.

Voto: 7.5